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Difesa da coltello: oltre la tecnica, i principi che possonosalvarti la vita!

Quando si parla di difesa da coltello, si entra in uno degli argomenti più delicati delle arti marziali.
Basta guardare qualche dimostrazione per vedere aggressori disarmati in pochi secondi, con tecniche precise e situazioni risolte senza difficoltà. Ma lavorare con un compagno che conosce già ciò che faremo è molto diverso dal trovarsi davanti a una persona che vuole davvero ferirci.
Un coltello non perdona gli errori: anche chi ha molti anni di esperienza può essere ferito gravemente, e chi promette una tecnica capace di garantire una difesa sicura dovrebbe riflettere sulla pericolosità di questa affermazione. Lo dico qui con chiarezza, e lo terrò presente per tutto l’articolo.

È davvero inutile studiare la difesa da coltello?

Sui social capita spesso di leggere commenti molto aggressivi sotto i video di difesa da armi da taglio. C’è chi contesta le tecniche, chi offende gli istruttori e chi sostiene che difendersi da un coltello sia impossibile e che quindi sia inutile persino studiarlo.
Lo scetticismo ha le sue ragioni, soprattutto davanti a dimostrazioni che sembrano coreografie.
Ma dall’impossibilità di garantire il risultato all’inutilità della preparazione il passo è lungo.
La scelta migliore è sempre evitare di affrontare una persona armata, che impugni un coltello, una bottiglia rotta, un paio di forbici o un cacciavite. Ma se siamo chiusi in un angolo, senza via di fuga? Se con noi ci sono familiari o bambini che non possiamo mettere subito al sicuro? In quel caso dire che difendersi è impossibile non offre alcuna soluzione.
Anche allora l’obiettivo resta interrompere il conflitto, creare distanza o raggiungere un luogo sicuro. Se però tutto questo viene a mancare, preferisco avere alle spalle un percorso di studio piuttosto che essere del tutto impreparato.
Esiste un’obiezione seria, che non voglio ignorare: una preparazione parziale può dare falsa sicurezza, e il tempo dedicato alla difesa da coltello potrebbe essere speso meglio nella prevenzione e nella fuga. È un rischio reale, e per questo nel Pukulan Pentjak Silat Sera studiamo le aggressioni con armi insieme alla consapevolezza dei limiti. Non promettiamo agli allievi di uscire indenni da uno scontro, ma mettiamo a loro disposizione principi a cui attingere in una situazione estrema.

La prevenzione viene prima di tutto

Durante le lezioni ripeto spesso questa frase:

L’unico combattimento che non perderai mai nella tua vita è quello che non combatterai

Vale per qualsiasi aggressore, armato o no. La prima cosa da imparare è osservare ciò che ci circonda, riconoscere una situazione potenzialmente pericolosa e allontanarsi prima che degeneri. Prestare attenzione all’ambiente e ai segnali di tensione crescente evita di dover decidere in pochissimo tempo. Questo sviluppa consapevolezza, senza vivere nella paura.
Se qualcuno ci minaccia con un coltello per portarci via il portafoglio, nessun oggetto vale il rischio di perdere la vita. E la preparazione marziale dovrebbe renderci meno propensi allo scontro, perché ci fa capire meglio quanto sia pericoloso.

Proteggere la linea centrale

Nel Sera diamo grande importanza alla protezione della linea centrale: una linea verticale che parte dal centro degli occhi e scende fino alla zona genitale, attraversando aree anatomiche molto vulnerabili. Esporla a un aggressore armato significa offrirgli il bersaglio più pericoloso.
Un’immagine utile è quella di molti animali che, durante uno scontro, tendono a proteggere il ventre. Resta un’analogia, naturalmente adattata al combattimento umano.

Riporto una figura tratta dal primo
libro di Abah Morandini “Viaggio
Nel Pencak Silat”
all’interno del
quale troviamo una sezione nel
capitolo 6, proprio dedicata alla
linea centrale e all’importanza di
conoscere e gestire questo
dettaglio in uno scontro.

La protezione non dipende solo dalla posizione delle mani, ma anche dall’orientamento di spalle e tronco e dall’organizzazione complessiva del corpo. Non è una posizione statica: va mantenuta anche mentre ci muoviamo.

Non inseguire il coltello

Uno degli errori più pericolosi durante una difesa da coltello è pensare di intercettare ogni attacco con la sola velocità delle braccia. Un coltello può arrivare dall’alto, dal basso, di lato o frontalmente. Possiamo intuire una traiettoria osservando l’aggressore, ma non averne la certezza.
Per questo studiamo la copertura contemporanea di più linee: disporre le braccia in modo da proteggere più aree del corpo, senza rincorrere continuamente l’arma. Se concentro tutta la difesa su un attacco dall’alto e l’aggressore cambia traiettoria, non avrò il tempo di adattarmi.
Una copertura su più livelli riduce il problema, senza però offrire garanzie contro un attacco reale.

Il timing: non è solo questione di velocità

Essere veloci significa eseguire un movimento in poco tempo. Avere un buon timing significa usare quel movimento nel momento giusto, evitando ritardi e spostamenti inutili.
Nel Sera distinguiamo il Quick Timing, associato soprattutto alle braccia, e lo Slow Timing, associato alle gambe. Le braccia hanno una massa inferiore e possono muoversi senza spostare il peso del corpo; le gambe, quando ci spostiamo, devono sostenere e trasferire anche il peso corporeo.
Prendiamo un esempio: avanzo verso un avversario per colpirlo con un pugno. Se completo il passo e solo dopo parto con il braccio, introduco un ritardo, perché il corpo si avvicina mentre il pugno non è ancora partito. Quando un’azione combina braccia e gambe, il Quick Timing ha la priorità sullo Slow Timing: i movimenti possono iniziare insieme e sovrapporsi, ma le braccia non vanno rallentate per adattarle ai tempi dello spostamento.
Lo stesso vale nella difesa da coltello. A questo si collega l’economia di movimento: eliminare tutto ciò che non serve, perché ogni gesto superfluo richiede tempo. Come dico a lezione, il movimento più veloce è quello che non abbiamo bisogno di fare.

Distanza, spostamenti e struttura

Andare incontro a una persona armata riduce il tempo che abbiamo per reagire, perché la lama e il nostro corpo si avvicinano più rapidamente. Per questo curiamo molto la gestione della distanza: quando le circostanze lo permettono, uscire dalla traiettoria dell’arma fa guadagnare tempo e riduce l’esposizione.

In questa nuova figura, sempre tratta
dal primo libro di Abah Max, possiamo meglio comprendere cosa intendiamo per allineamento della struttura, evidenziato dalla linea n.3

Spostarsi, però, vuol dire anche organizzare la struttura, cioè l’allineamento scheletricomuscolare con cui cerchiamo di sfruttare le caratteristiche meccaniche del corpo.
L’orientamento di scapole, spalle e braccia, insieme alla posizione del tronco, concorre alla
protezione della linea centrale. Spostamento e struttura sono due aspetti dello stesso
movimento.

Il check: verificare invece di presumere

Distinguiamo il blocco rigido dal check. Il blocco rigido oppone resistenza a una traiettoria
presunta. Il check serve a verificare: con un rapido movimento di andata e ritorno, il braccio lascia per un attimo la posizione difensiva per cercare il contatto con l’arto armato in una certa area dello spazio.
Il ritorno conta quanto l’andata. Se non trovo il coltello dove pensavo, devo recuperare subito la protezione del corpo, senza lasciare scoperte le aree vitali. Il check nasce dalla consapevolezza di poter sbagliare la valutazione, e porta a vedere la difesa come un lavoro di verifica e adattamento, non come una sequenza di blocchi prestabiliti. Anche così, entrare in contatto con un arto armato resta estremamente rischioso.

Il Kereteg: sviluppare la percezione

Finora ho parlato di principi legati al movimento. Il nostro percorso comprende però anche un
lavoro sulla percezione, che chiamiamo Kereteg e che studiamo attraverso il Sabandar, una disciplina indonesiana che fa parte del nostro percorso.
Il Kereteg riguarda la sensibilità verso l’intenzione aggressiva di un’altra persona. Alcuni praticanti riferiscono sensazioni corporee quando avvertono una minaccia imminente: una vibrazione al plesso solare, un formicolio, uno sbilanciamento, un cambiamento improvviso dello stato del corpo. Non sono uguali per tutti. Secondo il Sabandar, questa sensibilità si può allenare sbloccando il diaframma, che funziona come una sorta di antenna.

Questo lavoro richiede disponibilità mentale e la capacità di liberarsi, per quanto possibile, dalle interferenze dei propri pensieri: è ciò che chiamiamo “fare il vuoto mentale”. Non vuol dire smettere di essere consapevoli, ma cercare una condizione di attenzione in cui le sensazioni siano più facili da riconoscere. A volte il nostro corpo ci manda segnali chiari, come se avvertisse che sta per accadere qualcosa, ma la mente ci dice che non è vero e ci induce a non ascoltarli.
Voglio essere chiaro su cosa è e cosa non è. Il Kereteg è una pratica interna alla nostra scuola, basata sull’esperienza di chi la studia, e non ha pretese di validazione scientifica. Non è un superpotere né una capacità soprannaturale. Ogni persona può viverlo e interpretarlo in modo diverso, e non deve mai portare a sottovalutare i pericoli concreti di un’aggressione.

Il vero significato dei principi

Ho presentato i principi uno alla volta per poterli spiegare, ma nella pratica non sono indipendenti. Davanti a una minaccia non si ragiona prima sulla linea centrale, poi sulle spalle, poi sulle gambe e solo alla fine sulle braccia. L’allenamento serve a sviluppare un movimento in cui tutto questo sia integrato. Non si tratta di accumulare tecniche, ma di capire ciò che le rende
possibili.
I principi che ho presentato sono solo alcuni, tra i principali: ne mancano molti altri. Proprio per
questo è importante affidarsi a persone davvero competenti, che abbiano studiato a lungo sotto la guida di insegnanti qualificati, e diffidare di chi si improvvisa maestro dopo qualche ora di stage.
Un’aggressione reale non è un esercizio concordato: non sappiamo chi abbiamo davanti, che esperienza abbia con un’arma, come reagirà. Possiamo allenarci per anni, ma non diventiamo invulnerabili.
Dopo quindici anni accanto al mio maestro, Abah Massimiliano Morandini, caposcuola del nostro sistema, considero la consapevolezza dei propri limiti una parte essenziale della preparazione. Non bisogna mai smettere di ricercare, studiare e allenarsi, soprattutto quando si pensa di aver raggiunto un buon livello di pratica: è proprio allora che si rischia di fermarsi. Il suo esempio lo dimostra: non ha mai smesso di viaggiare e di studiare in tutto il mondo, e ci insegna con i fatti a non sentirci mai arrivati.

Torno così alla domanda iniziale: se difendersi da una persona armata è tanto pericoloso, perché studiarlo? Perché non possiamo scegliere sempre le circostanze in cui ci troveremo. E se un giorno non avessimo alcun modo di evitare lo scontro, preferirei contare su ciò che ho studiato e allenato piuttosto che su nulla.
Il nostro obiettivo è tornare a casa.

Articolo scritto da Guru Michele Brocca

Esperienza trentennale nelle arti marziali
Allievo da 15 anni di Abah Massimiliano Morandini Pukulan Pentjak Silat Sera Academy
Casale Monferrato, 19 ottobre 2026

Libri e testi citati nell’articolo

libro pencak silat

Viaggio nel Pencak Silat – Trattato sul Pukulan Pentjak Silat Sera

Versione occidentale dell’antica arte marziale indonesiana

Autore: Massimiliano Morandini